Il Museo
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Alceste De Ambris
Il Sindacalismo rivoluzionario
Il sindacalismo rivoluzionario (da non confondere con l’anarcosindacalismo) ha per principio fondamentale l’indipendenza sindacale nei confronti sia dei partiti politici sia dello stato. La classe operaia deve agire in modo autonomo sul terreno della produzione contando solo sulle proprie forze e capacità. Autonomia operaia e azione diretta lo caratterizzano. Strumento è lo sciopero generale cui non è estraneo anche l’uso della violenza. In Italia il sindacalismo rivoluzionario nasce in seno al partito socialista come corrente di sinistra a seguito del I sciopero generale nel 1904. Leader teorici sono soprattutto Arturo Labriola e Enrico Leone, ma è sul terreno della lotta che esso si sviluppa; si distacca dal socialismo nel 1907, si diffonde nelle campagne emiliane (sciopero del parmense nel 1908), nei centri industriali del nord (v.Corridoni a Milano), nelle miniere in Toscana, nelle campagne pugliesi (v. Giuseppe Di Vittorio). Gli organizzatori più attivi oltre a Corridoni, sono Alceste De Ambris (con il fratello Amilicare), Ottavio Dinale, Michele Bianchi, Edmondo Rossoni. Lo scoppio della guerra in Europa nel 1914, vede la maggioranza del sindacalisti aderire all’interventismo “rivoluzionario” capeggiati da De Ambris e Corridoni. Nel dopoguerra il movimento sbanderà tra una posizione decisamente antifascista (De Ambris morirà in esilio in Francia) e un’adesione al vincente Fascismo, all’interno del quale rappresenterà l’ala più attenta alle istanze sociali.