Il Museo
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Comizio interventista, Milano piazza Duomo
La conversione all’interventismo
Perché Corridoni, sindacalista rivoluzionario, strenuo avversario dell’imperialismo e della sua espressione bellica – la guerra di Libia – allo scoppio della primo conflitto mondiale partì volontario per il fronte? In attesa che la storia fornisca risposte definitive ed esaustive, si possono avanzare alcune osservazioni: occorre fare riferimento al contesto di quelle “giornate d’agosto”, a quelle settimane convulse dell’estate del ’14 che precedettero lo scoppio della Grande Guerra, a quel fermento generalizzato, a quell’ansia di rinnovamento, a quella sensazione di vivere, come in effetti fu, un momento di svolta epocale. L’idea che la guerra potesse cambiare le cose, le relazioni socio-economiche, i rapporti di potere, la possibilità che fosse volano di una rivoluzione sociale, proletaria, di certo ebbe un peso preponderante per molti volontari e per Corridoni stesso. Del resto Corridoni si trovava in compagnia dei sodali di sempre, i fratelli De Ambris e gli altri sindacalisti dell’USI, perdendo per strada i compagni anarchici, e acquisendone invece dei nuovi come Benito Mussolini, uscito dal PSI e direttore del nuovo quotidiano Il Popolo d’Italia. L’idea che si aprisse una nuova fase nella storia, in cui più prossima appariva la rivoluzione non rinnega un altro importante elemento di analisi: Pippo era per tanti versi un ardito, un caparbio agitatore politico, un uomo d’azione, che agl’ex compagni che lo accusavano di essersi venduto alla causa interventista, rispose: “Chi fa mercato di sé non lo fa per morire, ma per vivere. Siete voi disposti a dare la vita per la vostra idea, come io sono pronto a gettarla per la mia?”.